Napoli Greco-Romana
Tante sono le leggende sulla fondazione di Napoli, noi ricorderemo solo quella delle sirene, più specificamente della Sirena Partenope. Le sirene, partite dalle terre dell’Acheloo, approdarono sull’isola di Capri e ne fecero la propria dimora, predicendo a tutti i viandanti il loro futuro, ed ammaliandoli. Infatti, Omero nella sua Odissea ci narra dell’avventura di Ulisse, delle sirene e del loro dolcissimo canto; col passare del tempo le sirene divennero tre e a loro furono attribuiti nomi indicativi della bellezza, del canto e della castità. Esse però, dopo lo smacco subito da parte di Ulisse, disperate e sconfitte si gettarono in mare e Partenope andò a morire sulle coste del golfo Cumano e quel luogo prese il nome di Partenope. La storia, però, ci dice che già verso la fine del IX e l’inizio dell’VII secolo A.C. naviganti di Rodi approdarono sull’isolotto di Megaride colonizzando la collina di Pizzofalcone. Nel prosieguo degli anni, altre popolazioni greche sbarcarono sulle coste partenopee ed in particolare calcidiesi e cumani, provenienti dall’isola di Eubea che all’inizio dell’VIII secolo fondarono Cuma. Verso il 680 A.C. Partenope era divenuta florida e bella, grazie ai suoi luoghi ameni, all’abbondanza di terreni ed alla loro ricchezza, questo però, secondo Lutazio Catulo, provocò invidia presso i Cumani che la distrussero. Sempre secondo
Catullo, una tremenda pestilenza rese invivibile Cuma ed i cumani si trasferirono in Partenope, riedificandola e cambiandole nome in Napoli. Si ebbero, così, due città, una vecchia chiamata Palepoli ed una nuova chiamata
Napoli.
La città di Napoli divenne, così, un importantissimo porto commerciale per la Grecia, tesa com’era ad assicurarsi cospicui rifornimenti di grano. Intorno al 400 A.C. i sanniti invasero e conquistarono le terre cumane (da Capo Miseno fino a Pozzuoli, allora detta Dicearchia, e la stessa Cuma), ma nulla poterono contro le solide mura di Napoli. Dopo le guerre sannitiche, esattamente nel 326 a.C., il console romano Quinto Publilio Filone entrò nelle mura di Napoli e ne fece una colonia romana. Nei decenni a venire Napoli, grazie al FOEDUS NEAPOLITANUM (il trattato stipulato con Filone), divenne un ricco e potente centro commerciale e si propose come punto di riferimento di tutto il mediterraneo. In quei tempi la città di Napoli era divisa in Tocchi o Teatri o Piazze o Portici o Seggi, noi prenderemo in considerazione il termine seggio; a Napoli ve ne erano 29 suddivisi in sette quartieri:
Quartiere Nilo Quartiere di Capuana
Seggio Nilo Seggio Capuana
Seggio di S. Gennariello ad
Diaconiam Seggio Melatis
Seggio Santo Stefano
Seggio di Casa Nova o Porta
Nova Seggio Santi Apostoli
Seggio S. Martino
Seggio di Fontanula Seggio Manocci
Quartiere Porto Quartiere Montagna
Seggio Porto Seggio Montagna
Seggio Acquario Seggio S. Paolo e Talamo
Seggio Griffi Seggio Mamoli
Seggio Capo di Piazza
Quartiere Porta Nova Seggio de' Ferrari
Seggio Porta Mare Seggio de' Saliti
Seggio Acciappacci Seggio de' Cannuti
Seggio dei Costanzi Seggio dei Salanti
Seggio di Porta S. Gianuario
Quartiere Forcella
Seggio Forcella
Seggio dei Cimbri
Seggio di Pistaso
La crypta Neapolitana
Publio Virgilio Marone
Virgilio visse tra le epoche di Cesare ed Augusto, assistette ad importantissimi eventi storici, conobbe Pompeo, Bruto, Cesare, Ottavio, Catone, Antonio e Lepido, fu testimone del Triumvirato e spettatore di Filippi.
Egli si trasferì a Napoli intorno al 30 a.C. dove, grazie alla scuola di Posillipo del siriano Sirone e del greco Filodemo di Godara, conobbe e studiò la filosofia di Epicuro, morto due secoli prima. L’amore per la città di Napoli lo tenne lontano da Roma, dove si recava saltuariamente, anche se l’affettuosità dei napoletani era a volte invadente.La sua arte era talmente grande che, presso i romani, accadevano scene più o meno di questo tipo:
Anche a Napoli, Virgilio era un mito, rappresentava per i napoletani qualcosa di meraviglioso e tale rimase anche dopo morto (Ma questo solo fino a che a scuola non si dovette studiare l’Eneide che si era inventato il signor Virgilio). L’amore dei napoletani per Virgilio era paragonabile a quello per il martire Gennaro e innumerevoli sono i prodigi attribuiti al vate mago, a partire dalla costruzione delle fogne, alla creazione di una mosca benefica che distruggeva tutte le altre cattive, in modo tale da annullare il fetore delle acque putride, fino all’incantesimo di una pietra per rendere abbondante la pesca. Famosissima, poi, è la leggenda del Castel dell’Ovo, che vuole Virgilio porre un uovo in una caraffa e poi sotterrarla nelle fondamenta del castello, in modo tale che sia il castello che la città durassero tanto quanto: “lo dicto ovo in la predicta carrafa”
Così come rimane intinta nel mistero la sorte delle ceneri di Virgilio che, in un primo momento si sarebbero trovate nel sepolcro a Piedigrotta e che poi, trafugate, passate in mani diverse si sono perse. Si narra, infatti, che molto tempo dopo la sua dipartita, al tempo di Ruggiero il Normanno, un medico inglese si recò presso la sua tomba per studiarne i resti ed i manoscritti ivi conservati. La voce corse per la città e la gente assediò il luogo:
Ma era troppo tardi. Non vi erano più i resti dei manoscritti del poeta ma solo le sue ossa che furono, dal popolo, trasportate a castel dell’Ovo. La gente rimase atterrita e preoccupata per quella profanazione, temendo chissà quali sconvolgimenti nella loro vita. Da quel giorno si sono perse tutte le speranze di ritrovare i resti del Vate latino.
Napoli Bizantina e Ducale
L’impero romano dopo aver degradato Napoli a municipio romano, decretandone la lenta agonia, spostò l’attenzione commerciale verso Capua, ma questo non impedì del tutto alla città di trascinarsi stancamente fino alla fine dell’Impero che coincise con le invasioni barbare provenienti dalla Germania. I primi furono, nel 401, i Visigoti.
L’imperatore Valeriano III portò a termine lavori di fortificazione delle mura di Napoli, ma la fine era vicina, essa arrivò nel 476 quando Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’occidente, fu catturato da Odoacre e rinchiuso nella prigione sull’isolotto di Megaris.
Poco meno di 20 anni durò il dominio di Odoacre che fu battuto da Teodorico, cresciuto alla corte dell’imperatore d’Oriente, Zenone.
Con quest’ultimo Napoli, parve riacquistare il suo splendore, rifiorirono le attività commerciali e la flotta riacquistò potenza ed importanza, ma con la morte di Teodorico ed alcune calamità naturali (eruzione del Vesuvio e crisi alimentare) Napoli ritornò nel baratro dal quale era risalito.
Napoli , come tutti i territori bizantini, era esposta al pericolo longobardo per cui l’organizzazione militare divenne, non solo necessaria, ma la principale preoccupazione; la città seppe ben tenere fronte a quest’impegno, in modo particolare con la sua potente flotta la quale più volte sbaragliò Longobardi ed arabi.
Agli inizi del VII secolo, l’imperatore Bizantino Costante II, contrariamente alla regola che voleva l’esarca di Ravenna unico deputato ad insignire dignità ducale, nominò Dux il cittadino napoletano Basilio.
Questo fatto fece pensare che Napoli fosse diventata indipendente. In realtà non era proprio così. La città dipendeva ancora dall’Imperatore ma doveva, anche, fare i conti con la Chiesa e con i Franchi i quali videro, a Natale dell’800, il loro capo Carlo Magno incoronato dal Papa Leone III quale imperatore d’occidente.
La situazione napoletana non era molto rosea: da una parte i Franchi e i longobardi , dall’altra i Bizantini ed il problema interno della successione alla dinastia ducale che vide aspre lotte interne ed un alternarsi al potere di Antimo, Teocristo e Stefano.
Tutto questo fino all’ 840, anno in cui il popolo stanco da infinite guerre interne ed esterne, insorse contro l’aristocrazia e nominò duca il conte di Cuma, Sergio.
Duranti i 25 anni di regno nel ducato napoletano Sergio, uomo colto ed aristocratico, badò molto a coltivare le relazioni con i Franchi e la Chiesa, si oppose alle orde saracene e mise ai posti strategici alcuni dei figli, quali Attanasio e Stefano, mentre un altro figlio, Cesario, sconfiggeva i Saraceni in una sanguinosa battaglia navale ad Ostia.
Le altalenanti alleanze dei napoletani, ora con e ora contro i saraceni i franchi, i comportamenti dei loro Dux (Sergio II fu accusato di aver fatto di Napoli un’Africa; Attanasio (fece accecare e imprigionare Sergio, suo fratello), indebolirono pericolosamente il Ducato che corse il pericolo di una conquista araba, sventata grazie al bizantino Pincigli.
Le sorti dei governi napoletani che si succedettero non furono migliori ed i comportamenti dei Dux Giovanni III e Giovanni IV non si discostarono da quelli dei loro predecessori, fino a quando, Giovanni IV, fu spodestato con l’inganno dal marchese Ademario, che si giovò dell’aiuto dell’imperatore di Germania..
Dal 661 al 1137, avvento dei Normanni con Ruggiero I, Napoli ebbe 37 Duchi a partire da Basilio nel 661 a Sergio VII nel 1123:
I Normanni
La Napoli bizantina e dei ducati era in piena agonia quando, nel 1137, l'ultimo duca di Napoli, Sergio VII non potendo nulla contro lo strapotere e l'esercito di Ruggiero II il normanno, dovette aprirgli le porte della città. I normanni, di provenienza scandinava era arrivati in Campania agli inizi dell'anno mille, chiamati dal Duca Sergio IV. Questi era stato spodestato, con l'aiuto dei nobili napoletani, dal longobardo Pandolfo IV di Capua nel 1029; scappato a Gaeta, Sergio, incontrò Rainulfo Drengot il normanno. Grazie all'aiuto di questi, Sergio IV, rientrò in città. Per disobbligarsi, Sergio, regalò a Rainulfo la città di Aversa. In breve tempo Aversa, fortificata ed organizzata, chiamò dalla Scandinavia altri northman (gli uomini del nord) ed in pochi anni i normanni divennero i padroni incontrastati.
I normanni portarono al Ducato una nuova organizzazione, favorirono l'integrazione dei diversi fattori etnici, il commercio divenne fiorente e il porto di Napoli divenne il più importante del Mediterraneo. La Chiesa perse i suoi caratteri bizantini per divenire chiesa romana d'occidente e le diatribe tra i nobili ed i mediani riguardanti le cariche pubbliche ebbero fine. Diciassette anni durò il regno di Ruggiero II, morì all'età di 61 anni il 26 febbraio del 1154, lasciando sul trono (in Sicilia) il terzo genito Guglielmo I detto il Malo(i primi due erano morti in battaglie). Guglielmo rimase sul trono per 12 anni, anni che furono funestati da battaglie ed eventi negativi; da una parte Bisanzio voleva riconquistare il Regno, dall'altra, la Chiesa, temendo per la potenza sempre più crescente dei normanni, strizzava l'occhio al Barbarossa e, infine, la morte del primo genito Ruggiero che gli aveva insidiato il trono. La morte lo colse nel 1166 all'età di 45 anni, suo figlio Guglielmo II gli successe ancora bambino (era appena dodicenne). Durante il regno di Guglielmo I la città di Napoli vide innalzarsi, sull'isolotto di Megaride, Castel dell'Ovo e, a settentrione della città, nella via che menava a Capua, Castel Capuano. Guglielmo II detto il Buono, fece poco o nulla, la cosa più eclatante fu che, per scongiurare la minaccia sveva, concesse Costanza D'Altavilla (sua zia, era figlia di Ruggiero II) in sposa ad Enrico Hohenstaufen, figlio di Federico Barbarossa. Questo fece sì che, in futuro, si spalancassero le porte del Regno di Sicilia alla dinastia sveva
Gli Svevi
La dinastia Sveva a Napoli vede il suo primo sovrano in Enrico VI, figlio di Federico I, detto il Barbarossa, e marito di Costanza D'Altavilla, figlia di Ruggiero II il normanno. Il Barbarossa, al fine di riprendersi i territori del Regno di Sicilia, aveva combinato il fidanzamento tra il figlio Enrico e Costanza che, era divenuta l'erede del regno. Il matrimonio avvenne il 27 gennaio 1186. Nel frattempo a Napoli era stato incoronato Tancredi, che si diceva erede degli Altavilla e, quindi, Federico stava organizzando una spedizione quando, nel giugno del 1190, morì annegato. Enrico VI, dopo un primo tentativo andato a vuoto e dopo la morte di Tancredi e l'ascesa al trono del figlio piccolo, Guglielmo III, grazie all'appoggio di Riccardo cuor di leone, il 25 dicembre 1194 fu incoronato a Palermo. Enrico VI si guadagnò, ben presto, l'appellativo di "Il Crudele", per la ferocia dimostrata contro coloro che si erano opposti alla sua corona. Enrico morì a Palermo il 28 settembre 1197, all'età di soli 37 anni, lasciando erede al trono di Sicilia il figlio Federico che poi sarà ricordato come lo "stupor mundi". Federico quando salì al trono aveva solo 3 anni, era nato il 26 dicembre del 1194. Dopo un anno dalla morte di Enrico, morì anche Costanza e Federico fu affidato al papa Innocenzo III, fino al 1208. Federico di Hohenstaufen, salì al trono col nome di Federico II. Le sue traversie ebbero subito inizio, egli in un primo momento trovò pesante l'ingerenza della chiesa nel suo governo ma poi, quando Ottone IV di Brunswich, minacciò il Regno, fu ancora la chiesa, con Innocenzo III, ad aiutarlo, prima scomunicando Ottone e poi facendolo deporre e nominare Federico al suo posto. Grandi furono i benefici e le riforme apportate da Federico, ma di queste ne faremo trattazione a parte. Federico morì a Fiorentino di Capitanata il 13 dicembre 1250, all'età di 56 anni.
Gli Angioini
Dopo la morte di Federico II di Svevia (febbraio 1250) il pontefice Innocenzo IV decise di offrire la corona di Napoli al fratello di Luigi IX di Francia, Carlo d'Angiò, purché rinunciasse al diritto di nomina e di giurisdizione sugli ecclesiastici e alla possibilità di unire la corona di Napoli con quella imperiale, come invece era avvenuto con Federico II. Una settimana dopo la vittoria a Benevento su Manfredi, il 7 marzo 1266, l'angioino entrò trionfante in Napoli. Fu quella la prima volta in cui la città ospitò una corte e assunse la dignità di capitale: i nuovi sovrani si preoccuparono soprattutto del miglioramento della rete stradale e dell'abbellimento della città (fontane e bagni pubblici). All'interno delle mura la viabilità era garantita dalle tre strade perpendicolari (oggi via S. Biagio dei Librai, via Tribunali e via Anticaglia) caratterizzate da portici pubblici sotto i quali si svolgeva una vivace vita cittadina. Ma le opere degli angioini di maggiore importanza furono Castelnuovo, tipico esempio di residenza reale, che simboleggiava la roccaforte del loro potere, e Castel S. Elmo, fortezza costruita per proteggere la città. Carlo I pensava solo ai suoi interessi politici, prepotentemente mirava a consolidare il suo dominio in Italia (in Lombardia e Piemonte soprattutto, e in Toscana come vicario imperiale), e ad estenderlo verso i Balcani e verso il Vicino Oriente, arrivando addirittura a farsi proclamare re d'Albania. Incrementò anche il legame con il re d'Ungheria Bela IV, unendo in matrimonio i figli Carlo e Isabella con quelli del sovrano ungherese, Maria e Ladislao. Ma i successi dell'angioino furono seguiti da un graduale declino in Italia centro-settentrionale, fino all'improvvisa rivolta antifrancese in Sicilia (guerra del Vespro, 1282), capeggiata dalla nobiltà isolana e da Pietro III d'Aragona, sposo di Costanza figlia di Manfredi, dunque continuatore della dinastia sveva. Dopo due decenni di battaglie e gesta eroiche, si giunse nel 1302 alla pace di Caltabellotta, che sancì il distacco della Sicilia dal regno di Napoli e il passaggio della Sicilia agli aragonesi. Carlo I designò come successore il figlio, Carlo II, poco decantato dalla storiografia, che si spense nel 1309 nei pressi dell'ospizio Reale di Casa Nova a Poggioreale, lasciando il trono al figlio Roberto - duca di Calabria, principe di Salerno e capo dei Guelfi toscani. Non avendo eredi, questi destinò a succedergli la nipote Giovanna (Giovanna I), la prima sovrana veramente napoletana a guidare il Regno. Gli anni del potere di Giovanna furono violenti e ambigui fino al venire meno dell'alleanza con il papato e la corona ungherese; infatti, Carlo III di Durazzo, re d'Ungheria, organizzò una spedizione in Italia meridionale e, fatta prigioniera la sovrana, la fece soffocare da quattro sicari, impossessandosi, subito dopo, del regno. Da quel momento il passaggio definitivo della corona agli aragonesi fu breve: dopo il figlio di Carlo III, Ladislao, salì al trono la sorella di questi, Giovanna II, vedova di Guglielmo d'Austria, cresciuta all'ombra del sovrano e perciò incapace di governare. Infatti, spaventata dai tentativi di Luigi III d'Angiò di recuperare il regno, chiamò in suo soccorso Alfonso V d'Aragona...
I Re angioini:
Carlo I dal 1266 al 1285
Carlo II dal 1289 al 1309
Roberto dal 1309 al 1343
Giovanna I dal 1343 al 1382
Lotte tra ramo francese e ungherese dal 1382 al 1399, anno in cui entra in Napoli Ladislao, figlio di Carlo III di Durazzo.
Giovanna II dal 1414 al 1435.
Gli Aragonesi
La dominazione aragonese iniziò il 2 giugno del 1442 (per finire 59 anni dopo nel 1501), dopo una guerra durata per quasi 4 anni e che vide, da una parte Renato D'Angiò e dall'altra Alfonso V d'Aragona. Dopo lutti, stenti e battaglie combattute porta a porta, Renato fu costretto ad imbarcarsi per fuggire e raggiungere la moglie Isabella di Lorena. Alfonso V divenne Re di Napoli come Alfonso I ed ereditò un regno ormai ridotto allo stremo e con le finanze a zero. Ma l'arduo impegno che lo attendeva non lo spaventò. In breve tempo la situazione cambiò radicalmente, imponenti opere vennero realizzate (restauro e o costruzione di fogne e strade), ristrutturazioni (a Casten Nuovo fu costruito l'Arco di trionfo, fu restaurata la grotta di Cocceio). Alfonso I morì, non amato dai napoletani, il 27 giugno 1458. Salì al trono suo figlio naturale: Ferrante (detto Il Bastardo). Questi si trovò subito a combattere contro le cospirazioni dei baroni che avevano chiamato a Napoli Giovanni D'Angiò. Il primo scontro, nel luglio del 1460 a Sarno, vide soccombere l'aragonese; l'anno dopo, Ferrante, si riscattò disperdendo i baroni ed i loro alleati allontanando, nel 1464, il D'Angiò dopo una furibonda battaglia nelle acque di Ischia. Ritornata la pace nel Regno, Ferrante si dedicò all'urbanistica della città, ormai non più capiente per gli oltre centomila anime che vi vivevano, inglobando nelle mura cittadine zone come l'Egiziaca a Forcella e Sant'Agostino alla Zecca. Durante il regno di Ferrante si verificò un evento luttuoso di grande portata che fece inorridire il mondo intero: gli 800 martiri d'Otranto che, per non aver accettato la religione ottomana, furono trucidati nel luglio del 1480. L'onta fu lavata dal principe Alfonso che nel 1481 costrinse i turchi alla resa. I resti di parte di quei martiri sono tutt'ora conservati nella Chiesa di S. Caterina a Formiello, sotto l'altare della Cappella del SS. Rosario.
Ferrante si trovò, per la seconda volta ad arginare una congiura dei Baroni che, nell'arco di 7 anni, furono giustiziati o morirono in prigionia per "cause naturali". Ferrante d'Aragone morì il 25 febbraio del 1494 lasciando sul trono suo figlio Alfonso. Il nuovo Re dovette subito affrontare, sei mesi dopo l'investitura, la casa D'Angiò che, con Carlo VIII, reclamava il suo diritto dinastico sul Regno di Napoli. Alfonso riparò in Sicilia ed abdicò in favore di suo figlio Ferrandino il 21 gennaio del 1495. Quest'ultimo provò ad arginare la discesa degli angioini ma fu costretto, senza combattere, a riparare prima ad Ischia e poi a Messina. Dopo una brevissima parentesi piratesca degli angioini, Ferrandino riconquistò il Regno il 7 luglio e sposò Giovanna d'Aragona ma morì a marzo dell'anno dopo, nel 1496.
Senza figli di Ferrandino nacque, nel Regno il problema della successione. I nobili insediarono sul trono il fratello di Giovanna, Federico che ebbe breve vita: fu Re fino al 6 settembre del 1501 anno in cui, grazie anche al tradimento del Re spagnolo Ferdinando d'Aragona, dovette lasciare Napoli alle orde sanguinarie di Cesare Borgia e rifugiarsi in Francia dove morì nell'ottobre del 1504. Iniziava per Napoli l'età vicereale con Luigi d'Armagnac.
I Re aragonesi
Alfonso I dal 1442 al 1458
Ferrante dal 1458 al 1494
Alfonso II dal 1494 al 1495
Ferrandino dal 1495 al 1496
Federico dal 1496 al 1501
Carlo Di Borbone
Carlo VII
Carlo era figlio di Filippo V di Borbone e di Elisabetta Farnese e quando arrivò a Napoli quel "pezzo di cielo caduto sulla terra" trovò una città avvilita e mortificata da 27 anni di dominazione austriaca e da 200 di vicereame. Carlo fu, prima Duca di Parma e Piacenza (1731-1734), poi Re di Napoli e di Sicilia (1734-1759), Re di Spagna (1759-1788). Il 10 maggio 1734, ormai diciottenne, Carlo entrò in Napoli e fu accolto a Portacapuana dalla nobiltà partenopea. Egli fu caldamente acclamato anche perché era il primo Re di Napoli residente a Napoli, finalmente i napoletani avevano il loro Re ! Iniziava a Napoli la dinastia dei Borbone. Carlo, nel luglio del 1735, fu incoronato, a Palermo, Re di Sicilia e, per volere della madre, nel 1738 sposò la quattordicenne Maria Amalia di Sassonia. L'autonomia del Regno di Napoli dalla Spagna fu sancita, definitivamente, dalla pace di Vienna e dal riconoscimento del Regno da parte del Papa, Clemente XII. Alla morte di Filippo V gli succedette al trono Ferdinando VI, ma la sua salute precaria preannunciava al trono di Spagna l'ascesa di Carlo III, cosa che avvenne nel 1759. Durante il regno di Carlo, videro la nascita imponenti opere monumentali, quali: Il Teatro San Carlo, nel 1737, la Reggia di Capodimonte e la villa di Portici, nel 1751 l'Albergo dei poveri e nel 1752 la Reggia di Caserta. Nel 1759 Carlo, accompagnato dai figli Filippo (affetto da turbe mentali) e da Carlo erede al trono di Spagna, lasciava a Napoli il terzo genito, di soli otto anni) Ferdinando. Carlo non approfondì adeguatamente i problemi politici, dedicandosi prevalentemente alla caccia ed alla pesca, alle belle atri, la pittura e le incisioni. E' sintomatico al riguardo che egli non si interessò molto al numero d'ordine da attribuirsi, malgrado Filippo V lo sollecitasse a denominarsi Carlo VI. Egli fu Carlo III in Spagna, ma a Napoli fu solo Carlo. Nel parco di Capodimonte ebbe sede nel 1743 la fabbrica di porcellane, detta perciò di Capodimonte. Carlo promosse ricerche nel regno per trovare il caolino, che rendeva dura la porcellana, trovato il 4.12.1743 tra Fuscaldo e Paola, nell'attuale provincia di Cosenza. Va dato atto al sovrano che cercò di valersi ai fini economici di questa iniziativa ed a tale scopo organizzo un centro di vendita presso il nuovo teatro di corte, il S.Carlo, inaugurato il 4.11.1737. La produzione ebbe un grande successo, tanto che Carlo, partendo per la Spagna portò con se artisti ed arnesi e fondò in Spagna la fabbrica detta del Retiro, dal luogo ove aveva sede.Le porcellane di Capodimonte continuarono ad essere prodotte sotto il regno del figlio Ferdinando IV nella villa reale di Portici. Carlo di Borbone, per soddisfare le sue manie delle costruzioni, ordinò anche l'edificazione del palazzo reale di Caserta, che fin dalla piazza d'accesso imita il palazzo reale di Versailles. Il palazzo fu iniziato 20.1.1752 ed il 1° maggio dello stesso anno Luigi Vanvitelli ebbe la patente di primo architetto di Sua Maestà per la reale fabbrica di Caserta. Tra alterne vicende, un po' sotto la direzione di Luigi Vanvitelli e, dopo la sua morte avvenuta il 1.3.1773, del figlio Carlo, solo nel 1774 la costruzione del palazzo reale fu completata. Proseguì durante il regno di Ferdinando IV la sistemazione degli appartamenti reali e fu dovuta a questo sovrano l'idea di costruire una pescheria nel parco. Altre opere vanno ricordate, come gli scavi di Ercolano. Per Carlo le opere che contavano erano in funzione della caccia in primo luogo; per questa passione faceva costruire strade ed edifici; poi venivano ville e palazzi (tra cui anche la villa di Portici).
Carlo Di Borbone > Pragmatica di Carlo III del 6 ottobre 1759
NOI CARLO III, per la grazia di Dio Re di Castiglia, Leone, Aragona, delle, Due Sicilie, Gerusalemme, Navarra, Granata, Toledo, Valenza, Galizia, Majorca, Siviglia, Sardegna, Cordova, Corsica, Murcia, Jaen, Algarves, etc..
Frà le gravi cure, che la Monarchia delle Spagne e delle Indie, dopo la morte dell'amatissimo mio Fratello il Re Cattolico Ferdinando VI, Mi ha recate, è stata quella, che è venuta dalla notoria imbecillità della mente del mio Real Primogenito. Lo spirito dei trattati di questo secolo nostra, che si desideri dall'Europa, quando si possa eseguire senza opporsi alla giustizia, la divisione della potenza Spagnuola dall'Italiana. Vedendomi perciò nella convenienza di provveder di legittimo successore I miei stati italiani nell'atto di passare alla Spagna, e di sceglierlo tra i molti figli, che Dio Mi ha dato, mi trovo nella urgenza di decidere qual dei Miei figli sia presentemente quel secondogenito atto al governo dei popoli, nel quale ricadano gli Stati Italiani senza l'unione delle Spagne e delle Indie.
Questa convenienza per la quiete di Europa, che voglio avere, perchè non sia chi si allarmi nel vedermi indeciso continuare nella mia persona la Potenza Spagnuola ed Italiana, richiede che fin da ora lo prenda il mio partito rispetto all'Italia. Un Corpo considerabile composto da Me dei Miei Consiglieri di Stato, di un Camerista di Castiglia che qui si trova, della Camera di S.Chiara del Luogotenente della Sommaria di Napoli, e di tutta la giunta di Sicilia, assistito da sei Medici da Me deputati, mi ha riferito, che per guanti esami, ed esperienze abbia fatto, non ha potuto provare nell'infelice Principe uso di Ragione, nè principio di discorso, o giudizio umano e che tale essendo stato fin dall'Infanzia, non solamente non è capace nè di Religione, nè di raziocinio presentemente, ma neppure apparisce ombra ni speranza per l'avvenire; conchiudendo questo Corpo il suo parere uniforme, che non si deve di Lui ,pensare, e disporre come alla Natura, al Dovere, ed all'affetto paterno si converrebbe. Vendendo Io dunque in questo momento fatale cadere per Divina Volontà il Diritto e la Capacità di Secondogenito nel mio Terzogenito per natura l'Infante Don Ferdinando, ed insieme la di Lui età pupillare, a lui, ed alla Lui tutela ho dovuto pensare per la traslazione dei miei Stati Italiani, come Sovrano, e Padre, che non stimo di esercitare la Tutela e la Cura dei Figlio, che divenga Sovrano Italiano, mentre lo lo sono di Spagna. Costituito dunque l'Infante Don Ferdinando mio Terzogenito per natura nello stato dì ricevere da Me la cessione degli Stati Italiani, passo in primo luogo, ancorche forse senza necessità, ad emanciparlo con questo Presento mio Atto, che Io voglio riputato il più solenne, e con tutto il vigore di Atto legittimo, anzi di Legge e voglio che Egli sia fin da ora libero non solamente della mia Potestà Paterna, ma ancora dalla Somma e Sovrana. In secondo luogo stabilisco ed ordino il Consiglio di Reggenza per la pupillare e minore Età di esso mio Terzogenito, che debbe essere Sovrano dei miei Stati, e Padrone dei Miei Beni italiani, acciò amministri la Sovranità, ed il Dominio durante l'Età Pupillare, e minore col metodo da Me prescritto in una ordinazione di questo stesso giorno firmata di Mia mano, sugellata col mio sugello, e referendata dal mio Consiglieri e Segretario di Stato dei Dipartimento di Stato, e della casa Reale; la quale ordinazione voglio che sia e s'intenda parte integrale di questa, e si riputi in tutto, e per tutto qui ripetuta, acciò abbia la stessa forza di Legge. In terzo luogo decido, e costituisco per Legge stabile e perpetua dei miei Stati e Beni Italiani, che l'Età maggiore di quelli, che dovranno come Sovrani e Padroni averne la libera amministrazione, sia il decimosesto anno compito. In quarto luogo, voglio egualmente per legge costante e perpetua della successione dell'INFANTE DON FERDINANDO, anche a maggiore spiegazione delle Ordinazioni anteriori, che la successione sia regolata a forma de primogenitura col diritto di rappresentazione nella discendenza mascolina di maschio in maschio. A quello della linea retta, che manchi senza figli maschi, dovrà succedere il primogenito maschio di maschio della linea prossima all'ultimo regnante, di cui sia zio paterno o fratello od in maggior distanza, purcbè sia primogenito nella sua linea nella forma già detta, e sia nel ramo, che prossimamente si distacca, o si è distaccato dalla linea retta primogeniale dell'INFANTE DON FERDINANDO, o da quella dell'ultimo regnante. Lo stesso ordino nel caso di mancare tutti i Maschi di Maschio della Discendenza dell' istesso INFANTE DON FERDINANDO mascolina, e di Maschio di Maschio, rispetto all'INFANTE DON GABRIELE Mio Figlio, al quale dovrá allora passare la Sucessione, e nei di Lui Discendenti Maschi di Maschio, come sopra. In mancanza di esso INFANTE DON GABRIELE, e dei di Lui discendenti Maschi di Maschio, collo stesso ordine passerà la Successione nell'INFANTE DON ANTONIO, e suoi Discendenti Maschi di Maschio come sopra. Ed in mancanza di questo, e della di Lui Discendenza Mascolina di Maschi di Maschio, la Sucessione collo stesso ordine passerà all'INFANTE DON SAVERIO e dopo Esso e la di Lui Discendenza tale Mascolina, come sopra agli altri Infanti Figli, che Dio mi desse, secondo l'ordine della natura e Loro Discendenze tali Mascoline. Estinti tutti i Maschi di Maschio, nella Mia Discendenza, dovra succedere quella femmina del angue e dell'agnazione, che al tempo della mancanza sia vivente, o sia questa mia Figlia o sia d'altro Principe Maschio di Maschio della mia Discendenza, la quale sia la più prossima all'ultimo Re, ed all'ultimo Maschio dell'agnazione, che manchi, o di altro Principe, che sia prima mancato. Sempre ripetuto, che nella Linea retta sia osservato il diritto de Rappresentazione col quale la prossimità, e la qualità di Primogenitura si misuri, e sia essa dell'Agnazione. Rispetto a questa ed ai Discendenti Maschi di Maschio di Essa che drovanno succedere, si osservi l'ordine stabilito. Anche questa mancando vada la successione al Mio Fratello INFANTE DON FILIPPO, e suoi Discendenti Maschi di Maschio in infinito. E questi ancora mancando, all'altro Mio Fratello INFANTE DON LUIGI, e suoi Discendenti Maschi di Maschio; e dopo mancati questi alla Femmina dell'Agnazione coll'ordine prescritto di sopra. Ben inteso, che l'ordine di Successione da Me prescritto non mai possa portare l'unione della Monarchia di Spagna colla Sovranità e Domani Italiani. In guisa che o i Maschi o le Femmine di mia Discendenza di sopra chiamati, siano ammessi alla Sovranità Italiana, sempre che non siano Re di Spagna o Principi di Asturia dichiarati già, o per dichiararsi quando si altro Maschio, che possa succedere in vigor di questa ordinazione negli Stati e Beni italiani. Non essendovi, dovra il Re di Spagna, subito che Dio lo provvegga di un altro Maschio Figlio, o nipote o pronipote, a questo trasferire gli Stati e Beni Italiani. Stabilita così la Successione della mia Discendenza negli Stati e Beni Italiani, raccomando umilmente a Dio L'INFANTE DON FERDINANDO, e dandogli la mia Paterna Benedizione ed inculcandogli la Religione Santa Cristiana Cattolica, la giustizia e la Mansuetudine, la Vigilanza, l'Amor dei Popoli, i quali sono, per avermi Fedelmente servito ed obbedito benemeriti della mia Casa Reale; cedo, trasferisco e dono all'istesso INFANTE DON FERDINANDO mio figlio Terzogenito per natura, i Regni delle Sicilie, e gli altri miei Stati, e Beni, e la Ragioni, e Diritti e Titoli, e le azioni Italiane e cedo all'istesso in questo punto la piena tradizione, sicchè in Me non rimanga alcuna parte di essi. Egli però, sin dal momento, nel quale lo partirò da questa capitale, potrà col Consiglio di Stato e di Reggenza amministrare tutto quel che sarà da Me a Lui trasferito, ceduto e donato. Spero che questa Mia legge dì Emancipazione, di Costituzione di Età maggiore, dì Destinazione di Tutela, e di Cura del Re pupillo e minore, Di Successione, nei detti Stati e Beni Italiani, di cessione e donazione, ridonderà in bene dei Popoli, in tranquillità dell Mia Famiglia Reale, finalmente contribuira al riposo di tutta anche l'Europa. Sarà la presente Ordinazione sottoscritta da Me, e dal Mio Figlio INFANTE DON FERDINANDO, munita del Mio Suggello, e referendata dagl'infrascritti Consiglieri e Segretari di Stato, anche nella qualità di Reggenti, e Tutori dello istesso Infante Don Ferdinando. Napoli sei Ottobre Mille Settecento cinquantanove.
Il Reale Ordine di San Gennaro
Al fine di ricompensare la fedeltà alla sua persona, Carlo VII Re di Napoli, quando sposò, il 6 luglio 1738, la principessa Amalia di Sassonia istituì il Reale ordine di San Gennaro. All'ordine, nato come ordine di collana, gli affiliati non dovevano essere più di sessanta, ad esclusione degli stranieri. Ai Cavalieri dell'Ordine di San Gennaro, veniva richiesto un comportamento irreprensibile, sia sotto l'aspetto religioso (difesa della Fede, pace con i nemici, ascolto della Messa quotidianamente, precetto pasquale, venerazione di San Gennaro), che politico, con la fedeltà eterna al Gran Maestro. Carlo VII chiese, ed ottenne, che il Papa Benedetto XIV desse l'imprimatur all'ordine ed il Papa, con la Bolla Romanae Ecclesiae benignitas, il 30 giugno 1741, approvò la creazione dell'Ordine e riservò al Re ed ai suoi discendenti la figura del Gran Maestro rimarcando, in tal modo, che l'Ordine di San Gennaro era affidato alla dinastia borbonica. Le insegne dell'Ordine ribadiscono il carattere dello stesso e contengono una croce, l'effige di San Gennaro e le ampolle del libro dei vangeli, oltre ad un nastro con su scritto: In Sanguine
Foedus.
Ferdinando IV
Ferdinando I di Borbone (Napoli 1751-1825), Re delle Due Sicilie (1816-1825), già Ferdinando IV come re di Napoli (1759-1799, 1799-1806, 1815-1816), e Ferdinando III come re di Sicilia (1759-1816).
Terzogenito di Carlo III, re di Spagna, e di Maria Amalia di Sassonia, salì al trono nel 1759, ma avendo solamente otto anni, gli fu affiancato un consiglio di reggenza con a testa il marchese Bernardo Tanucci e il principe di San Nicandro, Domenico Cattaneo. Ferdinando IV regnò per sessantacinque anni, per cui la sua figura riveste un carattere molto importante nella storia della Napoli borbonica. La diversa levatura e cultura politica tra i due educatori, riformista l'uno, conservatore l'altro, ben presto sfociò in un aperto contrasto tra i due. Purtroppo, per l'educazione di Ferdinando, il San Nicandro finì per prevalere sul Tanucci, accentuando e, quindi, creando il carattere del Re che risultò essere volgare ed approssimativo, poco attento alle cose di Stato e molto incline alle inezie ed al divertimento. "In quest'ultimo anno, ansioso di raggiungere la maggiore età... ...più per seguire i suoi piaceri, che per governare i suoi regni", così scriveva, nel marzo del 1767 W. Hamilton in un suo rapporto sul Re (H. Acton, I Borboni di Napoli, Firenze, Giunti, 1988). Il 7 aprile 1768 Ferdinando IV sposa Maria Carolina d'Austria, matrimonio combinato da Carlo III per rafforzare i rapporti tra Spagna ed Austria. Il carattere di Ferdinando, la sua educazione triviale e la sua scarsa attenzione ai doveri regali fecero ben presto sì che le redini del regno passassero nelle mani della Regina. Ferdinando amava il divertimento, la caccia (ed in questo aveva preso dal padre), mischiarsi con la bassa lega, vendere il pescato al mercato, effettuare i propri bisogni corporali in presenza di altre persone e assumere atteggiamenti immaturi, naturalmente, tutto questo, contrastava con il carattere di Maria Carolina, la quale lo aveva sposato solo per dovere e, grazie anche al menefreghismo del Re, non tardò ad imporsi nelle scelte politiche che influenzarono e non poco la vita del regno. Ferdinando IV morì il 5 gennaio 1825, all'età di settantaquattro anni e dopo sessantacinque di regno.
Ferdinando IV, III e poi I ha sedici figli :
Francesco I
Francesco Gennaro Giuseppe, nacque a Napoli 19 agosto del 1777 da Ferdinado IV di Borbone e Maria Carolina. Il suo regno fu molto breve, durò appena 5 anni, dal 1825 (successe a Ferdinando IV morto il 4 gennaio dello stesso anno) al 1830 (morì l'8 novembre). Quando salì al trono aveva già 47 anni, ma aveva già esperienze di governo (era stato più volte vicario del Regno) e queste esperienze lo avevano provato moltissimo. Egli era di carattere schivo e riservato, molto dedito alla famiglia, sposò nel 1797 Maria Clementina, arciduchessa d'Austria, dalla quale ebbe una sola figlia Carolina Fernanda Luisa che sposerà il conte Lucchesi Palli. Morta Carolina nel 1801, Francesco I, sposa l'infante di Spagna Maria Isabella, che gli darà ben 12 figli. Oramai stanco ed annoiato, lascia la conduzione del Regno a Luigi de' Medici, fu questo il periodo più triste di tutto il regno borbonico, dove corruzione e rilassatezza erano l'unico credo praticato, ed imperava a tutti i livelli. L'unica cosa che gli riuscì di fare, fu quella di liberare il suolo del Regno dai soldati austriaci e da Metternich (gli austriaci dovevano vigilare sulla pace nel regno, minata dai carbonari), sostituendo queste forze con dei mercenari svizzeri. Il comando dell'esercito borbonico passò nelle mani del principe ereditario Ferdinando II appena diciassettenne, era il 1827. Di fatto, tutto il regno, era nelle mani di Ferdinando e lo rimase fino alla morte del padre, Francesco I, avvenuta l'8 novembre del 1830.
Francesco I ha quindici figli
Ferdinando II
Ferdinando II, nipote di Ferdinando IV e figlio di Francesco I e Maria Isabella di Borbone, nacque a Palermo il 12 gennaio 1810, durante la dominazione francese a Napoli con Giuseppe Bonaparte prima (1806) e Gioacchino Murat dopo (1808). All'età di venti anni, nel novembre del 1830, divenne Re del Regno delle due Sicilie. I suoi primi diciassette anni di regno videro un gran numero di riforme: l'abolizione di alcune cacce reali che furono aperte al popolo, la rinunzia a diverse rendite, il rinnovamento del governo, la diminuzione di alcuni dazi e la riduzione di molte voci di spesa, insomma rappresentarono un periodo di austerità rivolta al risanamento dello Stato. Ciò non deve far pensare, però, ad un Ferdinando debole, egli ebbe mano pesante con delinquenti e traditori del Regno. Il 20 novembre del 1832 sposò la principessa Maria Cristina che gli darà un figlio, Francesco II, ma che morì, per complicazioni da parto dopo solo quindici giorni, il 31 gennaio 1836. Il 9 gennaio 1837 sposa, in seconde nozze, Maria Teresa Isabella, arciduchessa d'Austria. Non mancarono in questi diciassette anni dei moti popolari, come quelli di Peluso e di Cesare Rossarol, che furono scoperti e repressi. Ciò che lasciò il segno, durante la reggenza di Ferdinando II, furono i moti del 1848. Infatti, il 12 dicembre del 1848 la rivolta scoppiò in quel di Sicilia, a Palermo e nonostante l'invio di oltre cinquemila soldati, portò all'evacuazione del capoluogo siciliano . Per arginare i tumulti scoppiati in tutto il regno, Ferdinando promulgò, l'11 febbraio, la costituzione ma fu, suo malgrado, coinvolto nei fatti del 15 maggio, quando gli furono addossate le responsabilità di terribili eccidi contro il popolo che aveva eretto barricate. Morì, dopo atroce e lenta agonia, il 22 maggio 1859, dopo 29 anni di illuminato governo.
Fedinando II ha tredici figli
Maria Carolina d'Austria
Il 7 aprile 1768 ebbe luogo a Vienna il matrimonio tra Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina, figlia di Maria Teresa e Francesco d'Austria. Maria Carolina era la sorella minore di Maria Giuseppa, promessa sposa a Ferdinando IV e morta di vaiolo pochi giorni prima del matrimonio; Ferdinando chiese allora che Maria Giuseppa fosse sostituita con una delle sorelle, per cui l'Imperatrice d'Austria scelse Maria Carolina, in quanto l'altra sorella, Maria Amalia, era più grande di Ferdinando. Donna molto bella, nonostante le numerose gravidanze, aveva un bel viso ovale, occhi azzurri e soprattutto dei denti bianchissimi, cosa molto rara per quei tempi. Esercitava sugli uomini un fascino irresistibile, e li dominava con il fuoco delle sue passioni, e della libidine che ardevano in lei. Sin dal 1775, dopo ben quattro gravidanze, la regina chiese di poter esercitare il suo diritto di far parte del Consiglio di Stato e fu spinta da ciò non solo dalla fiamma dell'ambizione che ardeva in lei, ma anche dal disinteresse del marito, che preferiva dedicarsi ai piaceri della caccia della pesca e delle damigelle compiacenti e generose. Mentre suo marito si divertiva, Maria Carolina cominciò a dedicare il suo tempo ad occupazioni più serie, riunì intorno a se un piacevole gruppo di persone e sfruttando al massimo la sua educazione Viennese cercò di guadagnarsi la fiducia dell'èlite napoletana. Volitiva ed impetuosa, convinta di essere nata per governare, trasformò la Corte in un centro sociale più brillante e cosmopolita. Maria Carolina pensava che una buona flotta era necessaria per rendere più moderna la marina napoletana, e nonostante a Napoli non mancassero valenti uomini di mare, interessò suo fratello il Granduca di Toscana, un ufficiale dotato di forti capacità. Giunse così a Napoli colui che sarà uno dei protagonisti della storia napoletana degli ultimi decenni del XVIII secolo: John Acton, di nazionalità inglese che sostituì, nel ruolo di favorito della regina, il principe di Caramanico e finì con l'essere considerato da tutti l'amico del cuore della sovrana. Maria Carolina non conosceva mezze misure, da una accesa passione passava ad un odio irrefrenabile, non conobbe il conforto né della pietà né del perdono. L'ambizione per il potere la spinse a circondarsi di figure squallide e prive di scrupoli ma anche di uomini prestigiosi come l'ambasciatore inglese Hamilton e la giovanissima moglie di costui, Emma Lyon. Si servì della sua amicizia con Lady Hamilton per sottomettere al suo volere l'ammiraglio Nelson, del quale si servì nella guerra contro la Francia, scaturita soprattutto da un odio feroce per quello che avevano fatto alla sua amatissima sorella. Fu vendicativa e spietata nei confronti dei giacobini napoletani. Ne fu esempio l'arresto e la condanna di Eleonora Pimentel Fonseca, fondatrice di un giornale repubblicano chiamato "Il Monitore", alla quale negò di essere decapitata anzicché impiccata (cosa che fu concessa, invece, a Luisa Sanfelice), non accordandole questo privilegio poiché non la ritenne appartenente alla nobiltà napoletana. Maria Carolina morì nel Castello di Herendorg nel 1814 colpita da un attacco apoplettico. Il re Ferdinando non rispettò il periodo di lutto e dopo soli due mesi sposò la sua amante Lucia Migliaccio, vedova del principe di Partanna. Il principe ereditario che non approvava il matrimonio fece osservare al padre che la sposa aveva battuto troppo la cavallina, al che il re si difese con le seguenti parole: "penza a mammeta, figlio mio, penza a mammeta". A Napoli in quel periodo si diffondeva il sonetto: " Io Carolina, ipocrita,tiranna e prostituta..." ...ma si sa. il popolo napoletano é sempre stato caldo, passionale e volubile.
La Repubblica Napoletana del 1799
Lo scoppio della rivoluzione francese del 1789, non preoccupò per nulla Ferdinando IV e Maria Carolina, oltretutto la politica neutrale del marchese Tanucci aveva tenuto il regno lontano dagli eventi bellici. Ma i fatti luttuosi del 1793, preceduti dalla nascita della Repubblica Francese nel 1792 destarono non poca preoccupazione nei sovrani di tutta Europa, napoletani compresi. Essi cominciarono a vedere nei francesi un pericolo reale per tutte le monarchie. Ferdinando, quindi, aderì alla lega anglo-napoletana del 12 luglio 1793. Fin dai primi del '94, a Napoli, già serpeggiavano movimenti liberali quali il REOMO (repubblica o morte) ed il LIOMO (Libertà o morte) che iniziarono a cospirare contro la monarchia, ma che scoperti videro in Vincenzo Galiani, Emmanuele De Deo e Vincenzo Vitaliani i loro primi martiri, essi furono giustiziati il 18 ottobre del 1794.Dopo una breve pace, le ostilità coi francesi ripresero nella seconda metà del '98 al fianco dell'Austria; ma il precipitare degli eventi bellici costrinse Ferdinando IV e famiglia, il 23 dicembre 1798, ad una precipitosa fuga a Palermo. A Napoli rimase il generale Francesco Pignatelli ed i lazzari, ma solo per poco, in quanto il 16 gennaio del 1799, il giorno dopo della presa, da parte dei rivoluzionari, di Castelnuovo, Castel dell'Ovo e Castel Sant'Elmo, raggiunse la famiglia reale in Sicilia. I lazzari, lasciati soli al loro destino, si batterono strenuamente e fino alla morte, ma nulla poterono per fermare, il 23 gennaio del 1799, l'ingresso in città del generale francese Championnet.
La repubblica partenopea durò solo cinque mesi ed ebbe due governi, uno provvisorio ed un altro definitivo. Essa vide tra le sue fila annoverarsi i maggiori intellettuali napoletani, come il Lauberg, Vincenzo Porta, Gabriele Manthonè, Riario Sforza, Domenico Cirillo, Mario Pagano, Giuseppe Serra di Cassano e Luigi Carafa. Pochi giorni dopo, il 7 febbraio, il cardinale Ruffo era sbarcato in Calabria ed a marzo l'aveva riconquistata, i Borbone erano ripartiti alla conquista del regno.Ad aprile, la flotta inglese, aveva ripreso Ischia, Capri e Procida ed il 13 giugno l'esercito sanfedista entrò in Napoli. I repubblicani si asserragliarono a Castel Sant'Elmo e vi uscirono solo dopo la firma di un patto che, a fronte dell'esilio in Francia, prometteva la salvezza. Purtroppo l'ammiraglio Nelson, complice Maria Carolina, rinnegò il patto, impiccò l'ammiraglio Caracciolo e, con la benedizione di Ferdinando, giustiziò i rivoluzionari .Era la fine della Repubblica napoletana.
Francesco II
Francesco II, figlio di Ferdinando II e Maria Cristina di Savoia, nacque a Napoli il 16 gennaio 1836 e morì ad Arco di Trento il 27 dicembre del 1894, all'età di 58 anni. Aveva solo 23 anni quando successe al trono al padre Fredinando II morto il 22 maggio del 1859. Il regno di Francesco II o Francischiello, come lo chiamavano i napoletani, fu di brevissima durata e non fu certo caratterizzato da fermezza e determinazione. L'ultimo Borbone era un Re debole ed alquanto bigotto, contornato da uomini abbastanza inetti, se si eccettua il Principe di Satriano, Carlo Filangieri. Francesco sposò Maria Sofia di Baviera; l'unione non fu, inizialmente, delle più felici, basti pensare che, la notte, aspettava che la moglie s'addormentasse per mettersi a letto. Il matrimonio fu consumato dopo un mese e solo per intercessione di un sacerdote ! Per il prosieguo della storia di Francesco II si rimanda a: Fine di un Regno.
Francesco II ha una figlia:
Maria Cristina Pina
Francesco II, figlio di Ferdinando II e Maria Cristina di Savoia, aveva solo 23 anni quando successe al trono e non aveva nulla di un Re, data la sua educazione non proprio adatta ad un erede al trono. I presupposti per la fine c'erano tutti: un Re bigotto, incapace, senza polso, impaurito da tutto e da tutti (basti pensare che il matrimonio fu consumato dopo oltre un mese e grazie all'intervento di padre Borrelli) e che commise il grande errore (nonostante consigliato del contrario dal Principe di Satriano, Carlo Filangieri) di non allearsi col Piemonte, in ultimo l'inettitudine dei comandati delle forze militari. Poi Garibaldi ! I mille (che mille non erano), male armati ed ancora peggio in arnesi, mai e poi mai avrebbero potuto quel che hanno fatto, ma nemmeno verso il più piccolo staterello o paesello. Basta pensare che i Borbone sapevano della partenza delle camice rosse, della loro rotta e del luogo dello sbarco, una flotta ricca di 14 navi incrociava al largo delle coste siciliane. A Calatafimi 4000 soldati del regno si ritirarono al cospetto di quell'armata di Brancaleone, per non parlare dello sbarco sulle coste calabresi ed il tappeto steso fino a Napoli. La puzza é forte, é troppo forte, l'Europa sbigottita assiste all'impossibile. In Calabria stanziava un esercito forte di 12000 uomini, 10000 si arresero senza sparare un colpo, fu rotta completa. Il 6 settembre del 1861 alle ore 18, Francesco II, scappava a Gaeta consegnando il suo regno, su di un piatto di platino a Giuseppe Garibaldi che entrò in Napoli alle 13,30 del giorno dopo e lasciava al suo popolo solo questo manifesto:
Fra i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti monarchi. A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa metropoli, da cui debbo ora allontanarmi con dolore. Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei stati, nonostante ch'io fossi in pace con tutte le potenze europee. I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principi nazionali e italiani non valsero ad allontanarla, che anzi la necessità di difendere l'integrità dello Stato trascinò seco avvenimenti che ho sempre deplorati. Onde io protesto solennemente contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l'età presente e futura. Il corpo diplomatico residente presso la mia persona seppe, fin dal principio di questa inaudita invasione, da quali sentimenti era compreso l'animo mio per tutti i miei popoli,e per questa illustre città, cioè garantirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni d'arte,e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza,e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni di un tempo. Questa parola è giunta ormai l'ora di compierla. La guerra si avvicina alle mura della città,e con dolore ineffabile io mi allontano con una parte dell'esercito, trasportandomi là dove la difesa dei miei diritti mi chiama. L'altra parte di esso resta per contribuire, in concorso con l'onorevole Guardia Nazionale, alla inviolabilità, ed all'incolumità della capitale, che come un palladio sacro raccomando allo zelo del ministero. E chieggo all'onore e al civismo del sindaco di Napoli e del comandante della stessa guardia cittadina di risparmiare a questa Patria carissima gli orrori dei disordini interni e i disastri della guerra civile; al quale uopo concedo a questi ultimi tutte le necessarie a più estese facoltà. Discendente di una dinastia che per ben 126 anni regnò in queste contrade continentali, dopo averlo salvato dagli orrori di un lungo governo viceregnale, i miei affetti sono qui. Io sono napoletano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatrioti. Qualunque sarà il mio destino, prospero o avverso, serberò sempre per essi forti e amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia corona non diventi fase di turbolenze. Sia che per le sorti della presente guerra io ritorni in breve fra voi, o in ogni altro tempo in cui piacerà alla giustizia di Dio restituirmi al trono dei miei maggiori, fatto più splendido dalle libere istituzioni di cui l'ho irrevocabilmente circondato, quel che imploro da ora è di rivedere i miei popoli concordi, forti e felici.
L'Unità
L'economia dopo l'unità
All'indomani dell'unificazione del regno da parte di Garibaldi, divenne luogo comune l'affermazione che il Nord fosse una società industriale avanzata , mentre il Sud altro non era che una società agraria arretrata. Ma i motivi veri di questo enorme divario sono da ricercare in diversi fattori che vanno al di la delle affermazioni del Croce che, ne attribuisce le cause alle strutture istituzionali ed organizzative; oppure di Gramsci che, comunque, concorda col Croce sulla diversità organizzativa delle città e dei centri urbani nel Nord ed il sistema feudale nel Sud. Alcune cause sono da ricercare nella morfologia del suolo e del clima, secco, arido e privo di minerali il Sud; la distanza dai mercati europei, nonché da quei luoghi che avevano iniziato la rivoluzione industriale; Queste differenze non fecero altro che accelerare l'evoluzione del settentrione, a fronte di un forte ritardo del meridione, si verificò quelli che alcuni chiamarono: effetto cumulativo del processo di crescita e che portò ad uno sviluppo del tipo "Gesellschaft" (evoluzione rapporti sociali e propensione al mutamento) al Nord e di "Gemeinschaft" (organizzazione familiare dominata da costumi e tradizioni) al sud. Se poi a questo si aggiunge la politica di governo, nel decennio 1878-1887, con l'aumento tariffario che, aumentando i dazi su grano e beni industriali, significò per il Sud la chiusura dei mercati esteri (Francia in particolare), allora ecco che si spiega il fallimento del meridione. Al sud non si era verificato nessun processo di sviluppo agrario, anche grazie agli accordi intercorsi tra Cavour e la borghesia terriera meridionale che trasformarono l'insurrezione dei contadini in un processo di brigantaggio come scrisse, nel 1861, Diomede Pantaleone a Minghetti: "i proprietari sentono che senza di noi ed il nostro esercito sarebbero sgozzati dai briganti". Ma il colpo definitivo, quello fondamentale fu l'emigrazione della mano d'opera e la conseguente crescita di una massa inattiva che viveva sulle rimesse e sui pochissimi lavoratori rimasti. Tutto questo portò all'enunciazione dell'economista classico-liberal americano, G. Hildebrand: "...in mancanza di un drastico intervento dello Stato, il Mezzogiorno era condannato fin dall'inizio; incapace com'era di difendersi, potesa solo tentare di diminuire in qualche modo l'enorme divario che lo separava dal Nord più fortunato". Quanto finora esposto, si amplificò a dismisura nella città di Napoli, antica capitale del Regno, con la perdita dei suoi privilegi e col decentramento del potere economico verso il Nord; Napoli che era cresciuta sulle spalle del suo entroterra, si trovò, di colpo, svuotata e divenne, come disse Compagna, "La testa troppo ingrandita di un corpo apoplettico". Cerchiamo di analizzare quella che fu la situazione economica nella quale si venne a trovare il Regno dopo il 1860.
Dopo l'unità d'Italia, la divaricazione fra Nord e Sud, era data essenzialmente dalla diversità dei quadri sociali ed economici che, mentre nel Settentrione avevano assunto già una configurazione di tipo capitalistico, nel Meridione si erano fermati ad uno stadio precapitalistico di tipo feudale caratterizzato da una tendenza conservatrice e di gretto immobilismo negli alti gradi della borghesia. Il ceto medio meridionale, inoltre, a differenza di quello settentrionale, era subordinato all'aristocrazia nobiliare e quindi incapace di poter assurgere al rango di nucleo propulsore dello sviluppo e dell'indispensabile processo di rinnovamento. La politica adottata dalla classe dirigente post-unitaria non solo ignorò, di fatto, il problema del divario sorto con l'unificazione, ma lo accentuò mettendo in crisi l'iniziativa industriale del Napoletano; in tal modo, invece di accelerare lo sviluppo economico del Sud si preparò il declino delle strutture già esistenti, come nel caso dell'unificazione dei sistemi finanziari e del nuovo sistema tributario. Nel prelievo fiscale, infatti, nella seconda metà dell'800 si realizza una forte sperequazione Nord e Sud, soprattutto per quel che riguarda la spesa pubblica. La tabella seguente mostra come, al Sud, il prelievo fiscale pro capite sia più del doppio della spesa dello stato per abitante, mentre in Liguria la spesa è superiore al prelievo ed in Toscana si equivale.
Nello stesso periodo, inoltre, si realizzava il trasferimento verso il Nord di notevoli mezzi finanziari dal Meridione per sanare il deficit pubblico del Piemonte, rilevante a causa delle guerre sostenute e del continuo potenziamento dell'esercito. Per il Sud, così, si veniva a creare una situazione di sudditanza finanziaria che, oltre a mortificare gli slanci imprenditoriali, ne impediva lo sviluppo. Le industrie esistenti nel Regno delle Due Sicilie, in modo particolare quelle napoletane e salernitane, operanti nel campo meccanico, siderurgico e della lavorazione di lino e canapa, denotavano una certa vitalità e prosperità, anche se la loro attività era protetta dalle alte tariffe doganali borboniche e da una forte domanda dello Stato stesso Anche per quel che riguarda le società per azioni, il divario fra il Nord ed il Sud si allargava sempre più. Nel 1865 l'87,1 % del capitale delle società per azioni era concentrato nel Nord-Ovest, il 2,2 % nel Nord-Est, il 6,5 % nel Centro ed il 4,2 % nel Sud.
Mentre lo sviluppo economico nel Sud attraversava una fase di ristagno e recessione, al Nord prosperava l'industria tessile che, dopo aver assimilato un gran numero di piccole imprese artigiane, impiegava mano d'opera specializzata, divenendo la forza trainante di tutta l'industria italiana. Contemporaneamente, nelle maggiori città, si ponevano le basi per il decollo dell'industria pesante.
In Piemonte e Lombardia, inoltre, l'agricoltura presentava caratteristiche di progresso non dissimili da quelle del resto dell'Europa avanzata: l'introduzione e la sperimentazione di nuove tecniche agricole, l'uso di mano d'opera salariata, l'allevamento del bestiame e l'industria casearia, avevano portato la produzione a livelli più che buoni . Tra i primi a dare l'avvio all'indagine storica sul problema economico del Mezzogiorno fu Francesco Saverio Nitti con la sua inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e della spesa pubblica in Italia dal 1862 al 1896-97, poi seguita da quella che poneva a confronto le condizioni economiche di Napoli prima e dopo l'Unità.
Attraverso i suoi studi, Nitti giungeva alla paradossale conclusione che il sistema borbonico sembrava essere il più indicato per incrementare la ricchezza nel Mezzogiorno . Il prelievo fiscale non era gravoso ed il sistema di esazione molto semplice; il debito pubblico era 1/4 di quello del Piemonte, i beni demaniali ed ecclesiastici avevano un valore elevatissimo e la quantità di moneta circolante era pari al doppio di quella di tutti gli altri Stati della penisola messi insieme. In questo tipo di sistema, però, il credito veniva praticato soprattutto da usurai o da grandi proprietari, che prelevavano dagli istituti di credito denaro a basso tasso e lo concedevano ad altissimo interesse. Gli stessi istituti di credito si comportavano in maniera dualistica nella concessione di fidi: denaro a basso costo ai grandi proprietari e tassi alti ai contadini. Un sistema siffatto non agevolava l'agricoltura: i contadini (che molto spesso raccoglievano appena quel che bastava per la sussistenza) erano costretti, infatti, a pagare degli interessi tali da scoraggiarli nell'impegnare grosse somme nell'innovazione della lavorazione della terra. Le famiglie erano numerose, onde poter disporre di più braccia, l'innovazione non era praticabile per mancanza di fondi,la produzione restava relegata all'autoconsumo, ogni tentativo di ricorso al credito creava situazioni finanziarie disastrose.
Cronaca alle 4 giornate
Dal 1940 al 1944 Napoli fu fatta oggetto di più di cento indiscriminati bombardamenti che procurarono quasi 30000 morti. Due giorni infausti visse la città: il 4 dicembre 1942 ed il 28 marzo 1943; il primo altre ad ingenti danni e la distruzione di Santa Chiara, provocò 3000 morti; il secondo fu dovuto allo scoppio della nave Caterina Costa. Questa nave, che era ancorata nel porto era sovraccarica di armi ed esplosivi ed era in partenza per l'Africa. Si sviluppò, a bordo, un tremendo incendio che i marinai non riuscirono a domare, per cui nel pomeriggio esplose provocando oltre 3000 feriti e 600 morti, l'esplosione fu immane, basti pensare che pezzi della nave furono rinvenuti sulla collina del Vomero. I fatti del 25 luglio '43 (arresto di Mussolini) e dell'8 settembre (firma dell'armistizio), avevano illuso i napoletani. Il popolo pensava alla fine della guerra, Ma il
Comandante colonnello Scholl non la pensava così, iniziarono rastrellamenti e fucilazioni. Il colonnello tedesco emanò, il 26 settembre, il seguente comunicato:
Al decreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno corrisposto in quattro sezioni della città complessivamente circa 150 persone, mentre secondo lo stato civile avrebbero dovuto presentarsi oltre 30.000 persone. Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro gli ordini delle Forze Armate Germaniche e del Ministero degli Interni Italiano. Incominciando da domani, per mezzo di ronde militari, farò fermare gli inadempienti. Coloro che non presentandosi sono contravvenuti agli ordini pubblicati, saranno dalle ronde senza indugio fucilati
Il giorno dopo cominciarono i rastrellamenti, ma anche la resistenza spontanea dei napoletani tutti, uomini, donne e bambini; Tutto ciò sconcertò il comando tedesco che non si attendeva questa reazione. Nel corso di queste quattro giornate, anche gli ufficiali dell'esercito italiano (spariti in un primo momento) e gli antifascisti si riunirono ai sollevati e si misero alla loro testa. Fu guerra senza quartiere, migliaia di feriti e 570 morti tra cui anche bambini. I tedeschi, all'alba del primo ottobre, si ritirarono (compiendo vili rappresaglie tra le popolazioni che incontravano sul loro cammino). In seguito a tali fatti, alla città di Napoli, fu conferita la medaglia d'oro al valor militare e 13 medaglie a privati cittadini, tra cui 4 d'oro a: Gennaro Capuozzo (12 anni), Filippo Illuminati (13 anni), Pasquale Formisano (17 anni) e Mario Menechini (18 anni).
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